venerdì 15 gennaio 2016

Stream(ing) of consciousness

Molto più vera la tua assenza
molto più consistente
molto più pesante
di ogni tua presenza:
è una pubblicità inutile,
15 minuti di pausa
per ripiombare nella realtà del multisala
a sognare che torni presto
la proiezione del mio film.

mercoledì 30 dicembre 2015

Mela dai, mela prendo

Cerchi le mele più belle
ed io te lo lascio fare,
piccola pera che ti guarda
dall'albero vicino.

E quando mi vedi,
tonda e gialla,
e mi rivolgi il tuo sguardo affamato,
per un attimo m'illudo,
credo;
ma è solo un momento,
una concessione che mi faccio
per poter vivere un poco meglio
e che dura giusto il tempo
in cui tendi a me la tua mano
come di solito all'albero cui aneli.

Poi, placata la fame,
tu torni ai tuoi rami
e io al mio.

giovedì 21 marzo 2013

Le scatole cinesi

Entrammo nella casetta con il sacchetto di kebab caldo in mano e subito accendemmo il riscaldamento. Pioveva, ma nel piccolo campo da calcio che affiancava l'edificio dei bambini stavano giocando. "Non voglio togliermi il cappotto." dissi mettendomi davanti al bocchettone dell'aria calda.
"Ti brucerai", disse lui "e ho fame. E' da una settimana che ho voglia di kebab, siediti". Sorrise. Era un sorriso accogliente ed io obbedii. Mangiammo in silenzio, le salse nei panini rendono necessaria una certa dedizione. E' una cose che si impara da grandi, il mangiare con attenzione: sacrificare una parte del piacere della voracità per preservare la forma ed evitare di sporcarsi. Nel frattempo il locale si riscaldava, mentre la pioggia continuava a cadere silenziosa, un sottile velo sul gioco rumoroso che continuava fuori.
"Certo che è davvero polveroso, qui"
"Non ci viene mai nessuno, usiamo la stanza solo per le prove con il gruppo. Ho portato dei tappeti qualche giorno fa, però". Li prese e li distese. Prese anche una coperta, la scaldò davanti alla stufetta e ci sedemmo, stando un poco zitti.
Stavamo così, in silenzio, sotto la coperta, dentro ad una piccola stanza, sotto la pioggia, in un gioco di scatole cinesi. Pensavo a quando, da bambina, andavo a trovare mio padre ed incontravo la mia amichetta. Ridevamo, mangiavamo un gelato, poi tornavo a casa e mio padre aveva già apparecchiato perché si mangia presto da quando si è risposato. Non avevo fame a causa del gelato, ma finivo tutto il cibo nel mio piatto e andavo a letto presto; non avevo sonno, ma il papà mi preparava il letto e alle nove e mezza accendevo una piccola luce, spulciavo la sua libreria e mi accucciavo sotto il piumone. Leggevo e ogni tanto controllavo l'ora nell'orologio digitale del videoregistratore, vivevo senza rumore in una casa non mia.
La stufetta aveva iniziato a diventare bollente. "Hai mai letto Banana Yoshimoto?" "No, ma vorrei"
"Mi piace, ti passerò il libro. Oggi ho sentito mio padre, lui mi leggeva sempre una storia prima di andare a dormire. E' colpa sua se ora studio lettere e non troverò lavoro", scherzai. Non ricordavo quanto mi piacesse che gli altri leggessero per me, ancora oggi penso sia uno dei gesti d'affetto più grandi dedicare a qualcuno il tempo di entrare in uno stesso mondo, in uno stesso punto di vista. Pensai che avevo viaggiato molto con mio padre, di libro in libro.
"Mi manca", dissi poi. "Quel senso di appartenenza, dico. Forse anche il sentirmi così importante. Ho sempre sofferto gli abbandoni, ma sono così egocentrica, so che in amore non si soffre da soli e mai sono riuscita a fare un passo". Ripensai a quando, anni prima, mi stava facendo il bagno e il telefono continuava a squillare, "richiameranno", aveva detto. Vedevo la mia vita in strane sequenze separate, piccole scatole contenenti esperienze, mie, ma lontane, a costruire una base per il piedistallo su cui stavo e che, pur sporgendomi, non riuscivo a scorgere. Mi facevo piccola sotto la coperta, sui tappeti, accanto a lui. Mi abbracciò. "Ti voglio bene."
"Non si ama qualcuno perché ne ha bisogno, è ingiusto da entrambe le parti."
"Non lasciamoci mai"
E fuori dalla coperta, fuori dalla casetta, fuori, ovunque pioveva.

mercoledì 18 luglio 2012

La separazione è più durevole esperienza che lo stare assieme. (Josif Brodskij)

Ho come l'impressione che tutto torni.
La mia vita segue schemi più o meno precisi.
Dovrei esserne scioccata, ma la banalità mi toglie ogni parola.
Tacere, per una volta.

lunedì 14 maggio 2012

Le parole imperfette


Io cammino di notte, per strada, da sola. E danzo e guardo i lampioni e la città dorme e ascolto la luce delle stelle lontane raccontarmi le storie dell’umanità.
E’ bella la città, la notte. Trova un senso. I mattoni, la calce e i ciottoli, le strade che al mattino hanno l’unico scopo di essere percorse, appena la luce cala, rivelano la loro familiarità. Da sempre ci indicano la via e in quell’oscurità soffusa sembra non aspettino altro che essere percorse per svelarci le bellezze silenziose che non troviamo il tempo di guardare.

Sono uscita da casa sua alle 5 del mattino. Probabilmente dovrei finirla di costringere il mio fisico a questo pessimo ritmo di vita –è da tempo che non vado a dormire ad un orario decente. Ma smetterò, lo so. Andiamo, sono giovane, tra altri vent’anni mi manderò al diavolo e avrò qualcosa per cui lamentarmi e ragguagliare altri ragazzini di belle speranze.

L’amore è in molte cose. Nella notte trovo una forma per il magma dei miei pensieri, ma è morbida, come il buio che si stempera nel riverbero di luce che effondono i lampioni. Non arrivo a creare nulla, ma in quel niente sento qualcosa, una mia coscienza che sorride quieta. Ha grandi occhi che brillano come acciaio, ma non hanno contorni. Non se ne vedono le iridi, solo, si percepisce lo sguardo. E’ bello e mansueto, ma riesce a fare paura, mi guarda e sorride e lampi di luce lo attraversano e la musica è tutt’intorno. E’ una culla, una culla su un baratro, piano piano ci entro e in posizione fetale mi annullo. Lasciatemi qui.

sabato 21 aprile 2012

La verità è che non mi piaci abbastanza.

Ho un graffio sulla mano, testimonia che più fallimentare di un appuntamento con qualcuno che ha poco da dire c'è un appuntamento con chi ha poco da dire e un gatto bastardo.
In realtà è anche stato divertente e, devo riconoscerlo, per qualche motivo, fuori dagli schemi. Ci sono stati momenti in cui ci siamo, se non capiti, supportati, oserei.
A distanza di 24 ore mi sembra davvero lontano, comunque. Penso sia un male.
Quante persone possono dire di saper amare? E non intendo certo amare me. La passione, la vita, le pulsioni... dove?
Hai mai amato qualcuno per un'ora? Hai mai conosciuto qualcuno solo perché gli hai mostrato la tua parte più vera? Non il nome, non la tua vita... Le tue dita hanno mai visto il mondo disegnarsi sotto il tocco di altre pelli, al suono di altri cieli vissuti e guardati da occhi altrui? E si scoprono dune, il deserto e la sua sabbia rossa, gli occhi delle donne sul loro viso di fuoco coperto da una tagelmust. E la vita la si stringe nei palmi e la si porta al petto, contro il respiro affannato di chi ha paura di perderne un pezzo e la tiene nella morsa del proprio stomaco.
Hai mai cancellato i tuoi confini? Hai mai sentito che sei parte del mondo perché il mondo è parte di te? Le rondini hanno accompagnato il tuo riso? E hai mai danzato davvero, cosciente che danzare è vivere e vivere è danzare?
Le perle, i colori, le nuvole, le ostriche, i prati, il mare, l'alba, la luna tutto in un unico orgasmo. Quello, l'hai mai sentito?
E se l'hai sentito, sai che non sto parlando di sesso.
Mi piace pensarti mentre passeggi in un viale e guardando le foglie autunnali e le luci dei negozi senti l'afflato di un secolo diverso dal tuo trasportati in una vita mai vissuta di cui hai nostalgia. Mi piace sentire i tuoi polmoni aprirsi all'aria limpida delle vette del mondo a cui sei arrivato una notte, nei discorsi impastati di vino e amicizia.
Mi piacciono tutte le immagini che affollano la mia mente, ma so che sono solo proiezioni di me e ciò che vorrei e che tu sei lontano e che tutto questo non t'interessa, che preferisci il tuo pragmatismo e quel tuo sorriso semplice di cui ti vesti sempre.