giovedì 21 marzo 2013

Le scatole cinesi

Entrammo nella casetta con il sacchetto di kebab caldo in mano e subito accendemmo il riscaldamento. Pioveva, ma nel piccolo campo da calcio che affiancava l'edificio dei bambini stavano giocando. "Non voglio togliermi il cappotto." dissi mettendomi davanti al bocchettone dell'aria calda.
"Ti brucerai", disse lui "e ho fame. E' da una settimana che ho voglia di kebab, siediti". Sorrise. Era un sorriso accogliente ed io obbedii. Mangiammo in silenzio, le salse nei panini rendono necessaria una certa dedizione. E' una cose che si impara da grandi, il mangiare con attenzione: sacrificare una parte del piacere della voracità per preservare la forma ed evitare di sporcarsi. Nel frattempo il locale si riscaldava, mentre la pioggia continuava a cadere silenziosa, un sottile velo sul gioco rumoroso che continuava fuori.
"Certo che è davvero polveroso, qui"
"Non ci viene mai nessuno, usiamo la stanza solo per le prove con il gruppo. Ho portato dei tappeti qualche giorno fa, però". Li prese e li distese. Prese anche una coperta, la scaldò davanti alla stufetta e ci sedemmo, stando un poco zitti.
Stavamo così, in silenzio, sotto la coperta, dentro ad una piccola stanza, sotto la pioggia, in un gioco di scatole cinesi. Pensavo a quando, da bambina, andavo a trovare mio padre ed incontravo la mia amichetta. Ridevamo, mangiavamo un gelato, poi tornavo a casa e mio padre aveva già apparecchiato perché si mangia presto da quando si è risposato. Non avevo fame a causa del gelato, ma finivo tutto il cibo nel mio piatto e andavo a letto presto; non avevo sonno, ma il papà mi preparava il letto e alle nove e mezza accendevo una piccola luce, spulciavo la sua libreria e mi accucciavo sotto il piumone. Leggevo e ogni tanto controllavo l'ora nell'orologio digitale del videoregistratore, vivevo senza rumore in una casa non mia.
La stufetta aveva iniziato a diventare bollente. "Hai mai letto Banana Yoshimoto?" "No, ma vorrei"
"Mi piace, ti passerò il libro. Oggi ho sentito mio padre, lui mi leggeva sempre una storia prima di andare a dormire. E' colpa sua se ora studio lettere e non troverò lavoro", scherzai. Non ricordavo quanto mi piacesse che gli altri leggessero per me, ancora oggi penso sia uno dei gesti d'affetto più grandi dedicare a qualcuno il tempo di entrare in uno stesso mondo, in uno stesso punto di vista. Pensai che avevo viaggiato molto con mio padre, di libro in libro.
"Mi manca", dissi poi. "Quel senso di appartenenza, dico. Forse anche il sentirmi così importante. Ho sempre sofferto gli abbandoni, ma sono così egocentrica, so che in amore non si soffre da soli e mai sono riuscita a fare un passo". Ripensai a quando, anni prima, mi stava facendo il bagno e il telefono continuava a squillare, "richiameranno", aveva detto. Vedevo la mia vita in strane sequenze separate, piccole scatole contenenti esperienze, mie, ma lontane, a costruire una base per il piedistallo su cui stavo e che, pur sporgendomi, non riuscivo a scorgere. Mi facevo piccola sotto la coperta, sui tappeti, accanto a lui. Mi abbracciò. "Ti voglio bene."
"Non si ama qualcuno perché ne ha bisogno, è ingiusto da entrambe le parti."
"Non lasciamoci mai"
E fuori dalla coperta, fuori dalla casetta, fuori, ovunque pioveva.

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